Ho incontrato Federico Faggin qualche settimana fa a Bologna, durante un convegno per la presentazione del suo libro Oltre l’invisibile. È stato emozionante: per me Faggin è da anni una figura di riferimento, uno di quei nomi che vengono giustamente definiti un mito.
Scienziato di fama internazionale, inventore del primo microprocessore, imprenditore alla guida di aziende tutte in forte espansione e pioniere del mondo digitale, oggi, a 84 anni, Faggin è una delle menti più luminose del nostro tempo.
Eppure, ciò che mi ha colpito davvero non è stato soltanto il suo genio tecnologico o la portata delle sue scoperte rivoluzionarie, ma il percorso umano e interiore che lo ha portato a spingersi oltre i confini della scienza tradizionale, mettendo in discussione alcuni dei suoi paradigmi più radicati.
Dopo decenni di successi e una carriera costruita con rigore e metodo assoluti, Faggin attraversa una crisi esistenziale profonda che lo conduce a una domanda impegnativa: che cos’è la coscienza? Un interrogativo radicale, capace di aprire una crepa nella visione del mondo su cui si era fondata tutta la sua formazione scientifica.
Perché la scienza ha a lungo trascurato proprio ciò che definisce in modo così essenziale l’essere umano?
È davvero sufficiente considerare la coscienza come un epifenomeno del cervello?
Oppure essa ha un ruolo attivo e determinante nella costruzione della realtà?
Per Faggin queste domande non restano astratte: diventano un’urgenza interiore, quasi una chiamata. È da qui che prende avvio il suo lavoro più recente, che unisce scienza e spiritualità in una visione originale e affascinante: la Quantum Processing Theory (QPT).
Secondo questa teoria:
- la coscienza non è un fenomeno secondario, ma una componente primaria della realtà;
- l’Universo è costituito da Unità di Coscienza (UC) e dalle loro interazioni, che ne rappresentano il tessuto fondamentale;
- le UC comunicano attraverso simboli profondi, e il risultato di questo linguaggio simbolico è la realtà materiale così come la percepiamo.
Il senso e il fine dell’universo diventano quindi intrinseci alla dinamica delle Unità di Coscienza, che continuamente si danno alla conoscenza l’una dell’altra e si offrono alla relazione.
Ma che cos’è questo continuo darsi all’incontro con l’altro, questo movimento verso la relazione, se non Amore?
In questa prospettiva, l’Amore è il principio stesso che permette alle UC di incontrarsi, comunicare e, insieme, generare il mondo osservabile.
È evidente che, se osservata con gli occhi della scienza tradizionale, la teoria di Faggin presenta dei limiti. La scienza richiede infatti modelli misurabili, ripetibili e falsificabili; molte delle sue ipotesi non si prestano facilmente a questi criteri, poiché postulano processi che vanno oltre ciò che possiamo osservare e misurare direttamente.
Eppure a mio avviso è proprio in questo che risiede la forza del suo pensiero: nel costringerci a guardare la coscienza e la realtà da una prospettiva più ampia, che non si ferma ai confini della materia osservabile e misurabile, ma apre alla possibilità che ciò che regge l’universo sia qualcosa di sottile, dinamico e profondamente relazionale.
Forse il contributo più prezioso di Federico Faggin non è quello di fornire risposte definitive, ma di aprire uno spazio nuovo di dialogo, possiamo definirlo un luogo di frontiera, in cui scienza e spiritualità possano finalmente incontrarsi, non per annullarsi a vicenda, ma per lavorare insieme senza confini.
Ad oggi resta comunque una certezza: l’Universo non è riducibile a ciò che possiamo misurare.
Il mistero non è un limite della conoscenza, ma il suo fondamento.
Ed è da lì che ogni vera ricerca comincia.


